EDWARD BUCHANAN

NATALIA BONIFACCI INCONTRA EDWARD BUCHANAN, STILISTA AMERICANO NATO A MILANO E CUORE PULSANTE DELLA LINEA DI MAGLIERIA DI LUSSO SANSOVINO 6. BUCHANAN È STATO UNO DEI PROTAGONISTI DELLA MOSTRA CHE HA APERTO LUNEDÌ ALLA TRIENNALE DI MILANO "IL NUOVO VOCABOLARIO DELLA MODA ITALIANA"CHE COMPRENDE I MARCHI E LE MENTI CREATIVE CHE HANNO RINNOVATO E RECUPERATO LA TRADIZIONE CULTURALE E TECNICA ITALIANA, ED IL DNA TECNOLOGICO NEL CORSO DEGLI ULTIMI VENT'ANNI, RISCRIVENDOLO IN UN LINGUAGGIO COMPLETAMENTE ORIGINALE

NATALIA INCONTRA IL DESIGNER NEL SUO STUDIO DOPO LA CONFERENZA STAMPA DELLA MOSTRA E DOPO UN CAFFÈ CHIACCHIERANO SUGLI ESORDI DELLA SUA CARRIERA, LE INFLUENZE, IL CLUB E LA BELLEZZA DEL SORRIDERE.

redmilk_edward&natalia1

La tua etichetta dice” The situation”. Che cos’è?

“The situation” è la mia società di consulenza. Gestisco Sansovino 6 che è il mio marchio e “The situation” che è una società di consulenza creativa a 360 gradi è un’agenzia che ho creato quasi due anni fa con il mio socio in affari Alessio Lepore. Offriamo consulenza di progettazione alle imprese, a diversi livelli, dal lusso al mercato di massa. Realizziamo a larga scala e capsule collection complete.

Sei un designer, c’è qualcosa che avresti sempre voluto fare fin da piccolo?

In realtà no. Sono cresciuto nel Mid West in America, per me le possibili professioni potevano essere quelle del poliziotto, vigile del fuoco, idraulico, casalinga (ride). Anche se provengo da una famiglia di creativi, mia madre era un musicista e mia nonna era una sarta che creava per le signore della chiesa del quartiere, non ero circondato da così tanta creatività, la moda e l’abbigliamento erano qualcosa che vedevo come astratto. I miei studi primari sono stati nel campo dell’arte e dell’illustrazione.

Lo hai deciso frequentando la Parsons?

No, il primo college che ho frequentato è stato la Columbus, scuola di arte e design a Columbia, in Ohio. Sono cresciuto a Cleveland e mi sono trasferito a Colombo, a poche ore di distanza, una fantastica città universitaria, dove c’era molta creatività ed energia. Sono sempre stato interessato allo stile e per pagarmi l’università ho iniziato a fare visual merchandising. Molti dei miei amici che si laurearono un’anno prima si trasferirono a New York così ho detto “Ok, voglio trasferirmi anche io”. Ho ottenuto un trasferimento facendo il visual e mi sono spostato. Ho iniziato a lavorare e a fare un sacco di soldi, ho deciso di tornare poi all’università. La mia prima laurea triennale è stata in Belle Arti, per poi conseguire una specializzazione in Fashion Design alla Parsons.

In Ohio mi piaceva divertirmi e con gli amici inventarne sempre di nuove, ma a NYC sono diventato molto più focalizzato. Ero uno studente a tempo pieno e lavoravo come visual merchandiser ad alti livelli. Lavoravo per Calvin Klein, Giorgio Armani, Ermenegildo Zegna: questa è stata la mia introduzione in Europa.

L’Italia è stato il primo paese che hai visitato in Europa?

No, la prima città che ho visitato in Europa è stata Berlino dove avevo un fidanzato tedesco, Semjon.

Berlino è ancora la tua ossessione?

Si, è la mia seconda casa e una città che ancora mi ispira. La prima volta che sono venuto in Italia è stato per incontrare il proprietario di Bottega Veneta che stava cercando un progettista per la linea prêt-à-porter. Bottega Veneta per me significava borse per vecchie signore, al momento se pensavo di lavorare per qualcuno sarebbe stato Helmut Lang o per qualche designer belga simile, ma ho messo insieme il mio portfolio, mi hanno fissato un’appuntamento e ho incontrato il proprietario prima che il Gruppo Gucci acquistasse il marchio. Con Laura Moltedo c’è stata una connessione chimica, abbiamo riso e parlato e meno di due settimane dopo sono stato assunto. Mi sono trasferito qui e da allora sono passati più di diciotto anni.

Ti manca l’America?

Certo che mi manca, mi manca anche la mia famiglia che è là. Sono un fanatico della cultura pop per questo il mio interesse va a New York ma quando la lascio sono pronto per tornare in Italia, dove mi sento a casa.

Quali sono state le sfide nell’essere un americano in Italia?

La mia connessione con l’Italia è cominciata come lavoro, mi ricordo che quando mi sono trasferito qui ero infelice. La cultura, la vita notturna, la facilità e lo svago di una città così multiculturale mi mancavano. Quando sono venuto in Italia è stata una lotta per tutto. Se volevo andare in una discoteca dovevo avere una scarpa adeguata, tutto era così ufficiale e preciso. Mi ci è voluto molto tempo per abituarmi a stare in Italia ma questo era anche il mio sogno. Mi sono tuffato nel mondo del lavoro, i miei primi anni qui sono stati solo lavoro. Ma sono anche una persona estremamente social e ho avuto modo di crearmi un bel gruppo di amici. Man mano che invecchio ora in retrospettiva capisco che ci deve essere una divisione tra lavoro e vita privata.

Pensi che separare lavoro e vita privata sia una qualità tipicamente italiana?

Un po’. Sai cosa è veramente interessante? Sono interessanti gli amici intimi con cui trascorro del tempo. Non è una cosa necessariamente italiana, in fondo sono abituato a questo, è anche una tendenza americana. L’Italia in generale è ancora un paese molto classico. Penso che il livello di comfort che ho trovato in Italia è stato creato dal conforto che ho avuto con il lavoro, ma soprattutto è stato creato attraverso i miei amici.

Percepisco che il tuo gruppo di amici è come se fosse una “fabbrica”, vi aiutate a vicenda in modo creativo.

Certamente. La maggior parte di loro hanno diverse sfaccettature,  ma molti di noi hanno un collegamento con la moda e inoltre abbiamo anche un crossover nella nostra vita notturna. Sono del segno dei gemelli quindi non è difficile per me parlare con la gente ed essere curioso. Quando ci siamo incontrati eravamo tutti in fase di sviluppo, avevamo per noi la città. Collaborare artisticamente è stato un processo naturale di crescita comune e di amore e rispetto.

Il tuo primo look-book Sansovino 6 è stato ispirato da questioni d’affetto?

Totalmente. Sansovino 6 è iniziato come un’estensione di me. Il marchio è stato lanciato in collaborazione con il maglificio con cui stavo lavorando, al fine di farli lavorare di più. Eppure sapevo che volevo che fosse un insieme di cose che erano per me e i miei amici. Stavo creando cose con cui volevamo chiedere ‘Cosa avete nel vostro armadio che desiderate e che amate?’, le risposte che ho avuto sono state diverse e ho risposto poi specificatamente disegnando. Il primo lookbook è stato con Lea (Cerezo) e Michele (Lamanna) e abbiamo continuato a scattare con amici. Abbiamo scattato Patrik, il mio ex ragazzo, Debra Shaw, una mia amica, ti abbiamo scattato (sorride), Marcelo (Burlon), Paolo (Farcic), ognuno di noi. Zelinda (Zanichelli) ha fotografato tanti lookbook. Penso che quando si lavora con persone che si conoscono molto bene in una sorta di atmosfera confortevole si ottengono i migliori risultati.

Qual è il tipo di donna Sansovino 6?

Come designer non ho mai voluto avere l’intenzione di imporre qualcosa a qualcuno. So che è contro quello che molti pensano ma ho sempre voluto creare cose permettendo a ogni persona di interpretare i capi in base alla propria sensibilità. Per me la donna o l’uomo sono convinti e stanno bene con loro stessi. Si conoscono. Creo capi da interpretare in piena libertà e che possano essere integrati in  qualsiasi guardaroba.

Hai delle collaborazioni costanti con alcuni modelli, come Lea o Debrah. Le vedi come muse?

Si, lo sono perché sono amiche e rispetto il loro stile. Sarebbe strano per me vestire qualcuno e non vederlo a proprio agio nei capi che indossa. C’è questa idea del modello dove tutti pensano: ‘Oh, questo è il loro lavoro, deve stargli bene qualsiasi cosa si mettono”, io non credo in questa prospettiva. Quando collaboro voglio fare in modo che si sentano a proprio agio e che tornino da me.

Tu sei molto importante per quanto riguarda l’accettazione di diversità e integrazione nella moda. Pensi che ci sia un progresso a riguardo?

Sai, è in qualche modo una ruota che gira. Quando c’è una consapevolezza a parole sul problema della diversità c’è un cambiamento. Ci fu un momento due stagioni fa in cui tutti erano molto consapevoli. Hai visto un cambiamento ma poi la stagione successiva sembrava non fosse già successo nulla. Posso dire che è una minoranza a guardare dal fuori. Crescendo non ho visto un riflesso di me stesso nelle pubblicità o in televisione. Ho avuto molti problemi fin da bambino nello stare bene con me stesso. Naturalmente quando si invecchia si capisce il meccanismo. Non è vero che non sei bello, ma poi si diventa arrabbiati.Vi è stato detto che le donne nere sulle copertine di riviste non vendono. In base a che cosa? Perchè no? e non è vero. Queste riviste sono potenti, soprattutto nel mondo dei social media in cui viviamo. Il grosso problema è che non si può pretendere che la diversità estetica passi  se non si dispone di una diversità all’interno. Sto sempre lavorando con aziende in cui io sono l’unica persona di colore. No asiatico. Nessun nero. Solo bianco. Ci stiamo muovendo in avanti con piccoli passi, ma vedo ancora un problema enorme e chissà dove andremo a finire.

Questo è il tuo modo di fare il cambiamento, dargli voce.

Assolutamente. Si tratta di una provocazione e parlo  in modo onesto. Ho lavorato in questo settore per 20 anni. So che esiste una discriminazione quando si può dire che per case di lusso e design ad alto livello si può contare su metà della tua mano, forse, i direttori creativi che sono al timone di queste aziende che sono altri da quelli bianchi. Pure altre posizioni. Cosa stanno dicendo: che non c’è talento diverso da uno bianco? Non lo trovano? Non stanno studiando fashion design, fotografia o art-direction? Impossibile, non vengono selezionati. Perché non vengono selezionati? Punto interrogativo. E che nasce da ciò che vediamo nella comunicazione del prodotto finale, attraverso casting per la sfilata, negli editoriali e pubblicità.

E’ cambiata in meglio però.

Certamente. Come ho detto in precedenza ma a ondate. Trovo così divertente che a un certo punto tutti, guardando una sfilata di Prada hanno esclamato: ‘Oh mio Dio, Miuccia Prada ha una ragazza nera!’

Due stagioni fa o qualcosa del genere, sì, non troppo tempo fa.

Tutti erano così eccitati perché prima di quello c’era Naomi negli anni ’90. Così il premio è andato a Miuccia. Naturalmente è un’azienda molto visibile e ho molto rispetto per Prada come azienda, ma ancora una volta che cosa significa in realtà? Sono ottimista, io faccio la mia parte in qualsiasi cosa di cui mi occupo e faccio domande alle persone. Faccio domande e do voce quando ho bisogno di far muovere qualcosa.

Stasera apre la mostra, complimenti!

Grazie. L’interessante è che nella mostra si parla del nuovo vocabolario della moda italiana dal 1998.

Parlando di diversità, essere inclusi nella storia della moda italiana come designer di colore è davvero qualcosa di importante.

Si, certo! Non so se sono l’unica persona di colore in mostra, ma ero l’unica persona di colore durante la conferenza stampa di questa mattina. L’ho notato, naturalmente, accade spesso in Italia. Una cosa incredibile! La mostra è estremamente ben fatta. Ho pensato tra me e me: ‘Wow, significa che io sono un designer italiano?’ La mia storia è stata italiana, è una bella mostra quindi è stato bello essere inclusi.

Hai Sansovino6 da circa 10 anni, un bel risultato.

Sai, naturalmente faccio quello che faccio perché mi piace farlo. Così è bello quando qualcuno ti batte sulla schiena dicendo che stai facendo una cosa bella, ma io non sono quel tipo di persona. Potrei aver preso certe decisione durante il percorso della mia carriera e magari sarei in un posto molto diverso da quello in cui sono oggi. Stiamo lentamente crescendo. Si tratta di una crescita gestibile, siamo una piccola azienda e un piccolo team. Quando vedo un maglione su qualcuno per strada sono molto felice, a volte non mi rendo conto della portata o dell’effetto di quello che faccio o ho fatto fino a quando qualcuno non me lo dice. Quindi questo è uno di quei casi. Quando mi hanno contattato per essere parte della mostra ho pensato ero stupito. Ho sempre questo atteggiamento perdente, mi piace sempre fare le cose con calma e non sono uno che urla.

Qual è stato l’incontro più influente della tua carriera?

Sono tre. Un punto di svolta è stato il lavoro da Bottega Veneta. Quindi sarebbe la figura di Laura Moltedo, la proprietaria. Ha riposto molta fiducia in me. Io ero solo un ventenne e lei mi ha scelto pur non avendo ancora una grande esperienza. Mi sono introdotto in Europa grazie a Samo, il mio ex ragazzo, che era importante. E poi la mia ex socia in affari. Prima di Sansovino avevo creato una linea di abbigliamento chiamata LEFLESH con Manuela Morin: lei è la mia anima gemella. Abbiamo imparato molto insieme anche facendo molti errori.

La qualità che ti piace di più in una persona?

L’onestà.

E quella che ti piace di meno?

La disonestà.

Utilizzi molto la parola “chic” (ride), che cos’è l’eleganza per te?

L’eleganza può essere un atteggiamento. Quando uso la parola chic non è sempre basata su come le persone si sentono. Può essere nel modo di agire o di essere. Per me una persona elegante è una rispettabile persona corretta e onesta. Sai quando dico ‘Oh mio Dio, la amo, lei è così chic.’ Parlo dell’attitudine a pieno di una persona. Io lo uso liberamente. Per me il termine chic nello stile significa anche sicurezza e quando si ha la capacità di portare quello con cui ci si sente bene in modo convincente.

Qual è la tua qualità migliore e il tuo peggiore difetto?

Penso di essere affascinante. Onestamente affascinante. Perché si può essere falsamente  affascinanti, lo sappiamo(ridiamo entrambi) e lo sono stato. Difetto? Ho bassa capacità di attenzione.

Questa è una domanda retorica perché ti conosco, nel senso che siamo simili: una notte a dormire o una serata fuori?

Serata fuori.

Se potessi dare un consiglio al te stesso quindicenne cosa gli diresti?

Gli direi di essere focalizzato fin da giovane.

Il che è divertente perché a sentirti parlare sembra tu fossi focalizzato.

Sì, lo ero, ma ho fatto un sacco di errori.

Ai miei esordi ero più pigro, lavoravo molto duramente ma credo che avrei potuto ottenere di più dall’esperienza che ho fatto. Sviluppare e apprendere realmente, ero giovane, volevo uscire ed è normale a quell’età. Finisce sempre così, quando si hanno le responsabilità di una grande azienda in così giovane età, si può uscire, ma il giorno dopo si hanno delle consegne. Sono sempre stato bravo a creare qualcosa e a poter consegnare all’ultimo minuto quando ne avevo bisogno, ma spesso sono necessari dei tempi di sviluppo per le idee.

…dentro al locale.

Si! (ride).

Sei molto legato a tua madre. Qual è il miglior consiglio che ti ha dato?

Tanti. Mi diceva sempre che se non avessi sorriso agli altri, se corrucciavo il viso si sarebbe congelato e sarei cresciuto con questo sulla mia faccia (sorride). Mia mamma ha lo stesso spazio nei denti che ho io.

Questo accoglie il mondo.

Totalmente.

redmilk_edward&natalia2